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  23  .  Cavour  primo ministro in Piemonte:  una svolta decisiva  per
l'unificazione nazionale.
  
  Da:  G.  Procacci,  Storia degli Italiani, secondo,  Laterza,  Bari,
1968.
     
         Nel  1852  ebbe  inizio una fase decisiva per  l'unificazione
         nazionale  italiana che gli storici definiscono "decennio  di
         preparazione";  essa ebbe come protagonista  il  nuovo  primo
         ministro  del  regno  di  Sardegna: Camillo  Benso  conte  di
         Cavour.  Lo storico Giuliano Procacci chiarisce come realismo
         e  lucidit caratterizzarono l'azione politica dello statista
         piemontese  fin dall'inizio. Deciso ad attuare  un  programma
         di  ammodernamento politico ed economico, egli si accord con
         la   sinistra  moderata  di  Urbano  Rattazzi,  in  modo   da
         assicurare  al  suo  governo un'ampia e stabile  maggioranza.
         Fautore  della  politica  economica  liberista,  promosse  la
         liberalizzazione  dei  mercati e l'inserimento  del  Piemonte
         nei  circuiti  commerciali internazionali; allo stesso  tempo
         per, sapendo che le riforme di sistema avrebbero prodotto  i
         loro   effetti  in  tempi  lunghi,  impegn  lo  stato  nella
         realizzazione di infrastrutture, come canali e ferrovie,  che
         favorissero  lo  sviluppo dell'attivit  imprenditoriale.  In
         campo    politico-istituzionale    prosegu    l'opera     di
         laicizzazione  iniziata dal precedente  governo  e  cerc  di
         consolidare il potere del parlamento. Il Piemonte,  che  cos
         assunse    il    carattere   di   una    moderna    monarchia
         costituzionale,  divenne  allora  centro  di  attrazione  per
         molti   emigrati   politici  italiani,  che  guardavano   con
         crescente    favore    alle    iniziative    politiche    del
         Cavour.  Questo si assicur in tal modo il sostegno  di  gran
         parte   dei   liberali  italiani,  i  quali   finiranno   per
         attribuire  al  Piemonte  il  ruolo  di  stato-guida  per  la
         realizzazione dell'unificazione nazionale.
     
Cadetto  di  una famiglia di vecchia nobilt e indirizzato  dal  padre
alla  carriera militare, egli [Cavour] l'aveva ben presto  abbandonata
per  una  vita di viaggi, di affari, di speculazioni, di  studi  e  di
amori, e per dedicarsi in et pi matura alla politica. In una societ
in  cui  molti  erano gli aristocratici taccagnamente  imborghesiti  e
molti  i  borghesi che ostentavano pose nobiliari, egli  possedeva  al
tempo   stesso  tutte  le  virt  del  borghese  e  tutte   le   virt
dell'aristocratico:  l'irrequietezza intellettuale  e  l'abitudine  al
comando,  il gusto di far denaro e quello di spenderlo, la  freschezza
di  energie di una nuova classe sociale e lo stile di una vecchia.  Di
orientamenti  politici  moderati, alieno da  ogni  simpatia  verso  la
rivoluzione  e il romanticismo politico dei mazziniani, egli  si  rese
conto  peraltro  della impossibilit di governare  contro  le  diffuse
aspirazioni  democratiche  fermentanti nei ceti  borghesi  e  piccolo-
borghesi  e,  prima  ancora di assumere le redini  del  gabinetto,  si
assicur  la  maggioranza nel Parlamento, stringendo  un'alleanza  (il
cosiddetto  "Connubio") con le correnti pi moderate della Sinistra  e
con  il loro esponente pi in vista, Urbano Rattazzi. Essendosi in tal
modo  garantito  contro  l'impazienza dei mazziniani  e  le  nostalgie
retrive  dei  "municipali"  della corte, pot  svolgere  con  relativa
tranquillit  il  programma di liberalizzazione  e  di  ammodernamento
della societ piemontese che aveva in mente.
     Innanzitutto nel campo economico: da buon lettore di  Adam  Smith
[economista  e  filosofo scozzese, vissuto fra  il  1723  e  il  1790,
considerato  il  fondatore  dell'economia  politica  e  della   scuola
economica   liberista]  e  da  imprenditore  agricolo   illuminato   e
intraprendente  quale  egli era, Cavour nutriva una  concezione  dello
sviluppo  economico essenzialmente liberista. La via del  rinnovamento
della societ piemontese passava a suo giudizio attraverso la vittoria
delle
     
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     tendenze  mercantili  e capitalistiche gi  operanti  in  essa  e
questa  a  sua volta aveva per presupposto una radicale e  tonificante
liberalizzazione  del mercato e l'inserimento pieno del  Piemonte  nel
grande  circuito dell'economia europea. Profondamente  convinto  della
giustezza  e  della  fecondit  di  questa  prospettiva  di   sviluppo
economico,  Cavour,  gi  nei  diciotto mesi  durante  i  quali  aveva
occupato  la carica di ministro dell'Agricoltura, aveva stipulato  una
serie di trattati commerciali - con la Francia, con l'Inghilterra, con
il   Belgio,  con  l'Austria  -  tutti  improntati  a  un  pronunciato
liberismo.  La  visione che egli nutriva dello sviluppo  capitalistico
era  essenzialmente fondata sulla prospettiva di una sua  germinazione
dal basso, attraverso l'iniziativa coraggiosa dei singoli produttori e
agricoltori, cos come era avvenuto nelle evolute societ  dell'Europa
occidentale, in Inghilterra e in Francia. Ci richiedeva peraltro  dei
tempi  assai lunghi e Cavour, che non era un dottrinario e  che  aveva
ben  appreso  dai  testi che aveva letto la distinzione  tra  economia
teorica  e  politica economica, non escludeva affatto che si potessero
trovare   delle  scorciatoie  e  degli  espedienti  che  consentissero
all'economia piemontese, o italiana, di riguadagnare parte  del  tempo
perduto.  A  questo fine, al fine cio di sollecitare e  agevolare  il
libero sviluppo dell'economia borghese, doveva essere diretta l'azione
dello  Stato. Ed ecco Cavour progettare e promuovere nella sua  azione
di  governo  la  costruzione  in grande stile  di  opere  pubbliche  a
carattere  infrastrutturale: il canale che da lui  prese  nome  e  che
consent l'irrigazione razionale delle campagne novaresi e vercellesi,
il traforo del Frjus, le ferrovie. In questo quadro va anche vista la
costituzione di un grande istituto centrale e statale di  credito,  la
Banca Nazionale, embrione della futura Banca d'Italia.
     I  frutti  di questa politica economica non tardarono ad apparire
evidenti: al principio del 1859 il Piemonte contava 850 chilometri  di
ferrovie,  tra private e statali, contro i 986 esistenti in tutti  gli
altri  Stati  d'Italia,  e  il suo commercio estero  era  notevolmente
superiore  a quello del vicino e florido Lombardo-Veneto. In un'Italia
in cui il ritmo dello sviluppo economico, dopo la curva ascendente del
periodo 1830-'46, segnava il passo, il Piemonte era l'unico Stato  che
riuscisse  a  tener  dietro in qualche modo alla vertiginosa  crescita
dell'economia capitalistica europea.
     Ma  la  libert  economica non era concepibile senza  la  libert
politica,  la libert del borghese senza quella del cittadino.  Cavour
ne  era  pienamente consapevole e prosegu perci con grande  fermezza
nell'opera  di laicizzazione dello Stato gi intrapresa da  d'Azeglio.
Nel 1855, pur di non rinunciare a una legge che sopprimeva un cospicuo
numero  di conventi, egli non esit ad affrontare una difficile  crisi
di  governo (la cosiddetta "crisi Calabiana") e a tener testa  al  re,
che  si  era impegnato con Pio nono ad adoperarsi perch la  legge  in
questione non passasse. Sotto il governo di Cavour il Piemonte  fu  il
solo  tra  gli  Stati  italiani in cui non solo  la  vita  politica  e
parlamentare   si   svolgeva   secondo  le   norme   della   monarchia
costituzionale  e  dello Statuto, ma anche quello  in  cui  vigeva  un
regime  di  effettiva  libert  di  stampa,  di  associazione   e   di
insegnamento.  Ci  fin  per fare del regno subalpino  un  centro  di
attrazione per molti degli emigrati politici italiani, che sempre  pi
numerosi  vennero  a  stabilirsi a Torino e vi ottennero  dal  governo
importanti incarichi nell'insegnamento e nell'amministrazione. Il loro
numero raggiunse ben presto le varie decine di migliaia, al punto  che
il  problema  della loro convivenza con la popolazione  piemontese  si
pose  seriamente.  Tra di essi vi erano uomini di grande  prestigio  e
autorit,  quali  il romagnolo Luigi Carlo Farini, il lombardo  Cesare
Correnti,   il   modenese  Manfredo  Fanti,   che   divenne   generale
dell'esercito   piemontese,  il  siciliano   Francesco   Ferrara,   un
economista  di  grande valore, cui si deve l'iniziativa della  collana
"Biblioteca dell'economista", che fece conoscere in Italia i  classici
dell'economia  politica  moderna, il  napoletano  Bertrando  Spaventa,
filosofo di scuola hegeliana, e Francesco De Sanctis, pure napoletano,
il pi dotato critico e storico letterario dell'Ottocento italiano. Di
diversa provenienza regionale, gli emigrati politici in Piemonte erano
divisi anche per orientamenti politici: alcuni - come Mamiani, Bonghi,
Bianchi - erano pi o meno vicini al moderatismo piemontese
     
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     e  cavouriano,  altri  -  come il folto gruppo  dei  residenti  a
Genova, nel quale facevano spicco Rosolino Pilo, Agostino Bertani e lo
stesso  Pisacane  -  erano stati o erano ancora  mazziniani.  Dopo  il
fallimento  dell'impresa  di Sapri una sempre  pi  larga  convergenza
sulle   posizioni   cavouriane   venne   manifestandosi   nelle   file
dell'emigrazione. Nacque cos, per impulso di La Farina e  di  Daniele
Manin, la Societ nazionale che si proponeva di raccogliere attorno  a
s   e   sotto  la  bandiera  dell'unitarismo  monarchico   tutto   il
patriottismo  italiano.  Ad  essa  ader  anche  Giuseppe   Garibaldi.
L'isolamento  di Mazzini era, cos, completo. Autorizzata  tacitamente
in  un primo tempo, incoraggiata poi pubblicamente e ufficialmente, la
Societ  nazionale  fu  uno  strumento di prim'ordine  della  politica
estera e nazionale cavouriana.
